Wabi-Sabi: uno sguardo “accogliente”.

 

 

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Il Wabi-Sabi è una concezione estetica che valorizza l’imperfezione come indice di bellezza;  esso si ricollega a una visione che accetta il naturale ciclo di crescita e decadenza, di vita e di morte insito in tutte le cose.

Secondo il Wabi-Sabi la realtà si fonda su tre assunti:

niente è per sempre,

niente è finito,

niente è perfetto.

Lo stile di vita collegato al Wabi-Sabi è la ricerca dell’autenticità, che è, appunto, imperfetta.

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In una società narcisistica come quella occidentale, dove il delirio di perfezione è una malattia di massa che chiede di conformarsi a dei modelli fisici irreali e dunque irraggiungibili, cosa che genera frustrazione, una società dove il parossismo consumistico induce a disprezzare tutto quello che non è nuovo, fragrante, intonso, sterilizzato, abbracciare una visione come il Wabi-Sabi è un esercizio detox, che permette di togliere tanti strati di fuffa per apprezzare le cose e, di rimando, la realtà per quello che è, imperfetta ma ugualmente apprezzabile.

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Life is too short to be unhappy about silly things.

 

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Poi non è che la vita vada come tu te la immagini. Fa la sua strada. E tu la tua. E non sono la stessa strada. Così… Io non è che volevo essere felice, questo no. Volevo… salvarmi, ecco: salvarmi. Ma ho capito tardi da che parte bisognava andare: dalla parte dei desideri. Uno si aspetta che siano altre cose a salvare la gente: il dovere, l’onestà, essere buoni, essere giusti. No. Sono i desideri che salvano. Sono l’unica cosa vera. Tu stai con loro, e ti salverai. Però troppo tardi l’ho capito. Se le dai tempo, alla vita, lei si rigira in un modo strano, inesorabile: e tu ti accorgi che a quel punto non puoi desiderare qualcosa senza farti del male. E’ lì che salta tutto, non c’è verso di scappare, più ti agiti più si ingarbuglia la rete, più ti ribelli più ti ferisci. Non si ne esce. Quando era troppo tardi, io ho iniziato a desiderare. Con tutta la forza che avevo. Mi sono fatta tanto di quel male che tu non te lo puoi nemmeno immaginare. A. Baricco

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